Gorgan e le rive del mar Caspio

Arriviamo a Gorgan con le prime luci del mattino. Questa volta il viaggio in bus categoria VIP è stato meno confortevole del solito con tante fermate, con luci che si accendevano all’improvviso e continui rumori di passi, valigie e sportelli. Un taxi ci porta al nostro alberghetto, nascosto in un vicoletto vicino ad una delle piazze principali della città. Svegliamo il povero custode e ci sistemiamo in una stanzetta minuscola con due lettini dal materasso spacca schiena. In compenso c’è un rigoglioso giardino nel cortile interno con alberi verdissimi che ci danno solo una vaga idea di quanto deve essere bella la natura del Golestan. Abbiamo tutto l’occorrente per una degna colazione che ci permetta di affrontare la giornata senza aver dormito. Abbigliamento turkmeno in Iran

Riusciamo ad arrivare alla stazione abbastanza presto e da lì prendiamo un minibus per Bandar-e-Turkaman. Finalmente ritroviamo i nostri adorati turkmeni, riconosciamo immediatamente i colori e i disegni dei fazzoletti e dei vestiti delle donne. A quanto pare il mercato di Bandar-e-Turkaman è uno dei più importanti dell’area del Golestan, un appuntamento settimanale per i turkmeni che abitano nella provincia, dove poter trovare prodotti tradizionali, in particolare stoffe e lana. Siamo arrivate fin qui proprio alla ricerca di qualche frammento di vita turkmena oltre la frontiera. Decidiamo di fare un primo giro in avanscoperta rimbalzando da un banco all’altro del mercato. I nostri primi tentativi di socializzazione non riscuotono molto successo, riceviamo una serie di sguardi diffidenti, soprattutto da parte delle donne, e quando proviamo a scattare qualche foto le persone si ritraggono timorose. Il mercato a Bandar-e Torkeman

Con lo shopping migliorano anche le relazioni umane. Tra un acquisto e l’altro riusciamo a scambiare qualche parola con i mercanti e anche con qualche passante incuriosito dalla nostra presenza che trova nella compravendita un pretesto per avvicinarsi e rivolgerci la parola. Quando i banchi cominciano a chiudere noi siamo cariche di fazzoletti turkmeni, che regaleremo alle nostre mamme, nonne, zie e amiche. Il mercato è ormai finito e noi facciamo un giro nel villaggio alla ricerca di qualcosa da mangiare. Camminando ci rendiamo conto che le strade di questo posto sono semi deserte, c’è solo una specie di fast food che propone hamburger congelati. Decidiamo quindi di tornare a Gorgan. Nel pomeriggio cerchiamo di trovare il sedicente ufficio del turismo indicato sulla guida perché ci piacerebbe poter fare un’escursione nella natura circostante. Il nostro tentativo si rivela un fiasco completo, siamo in bassa stagione turistica e organizzare qualcosa per il giorno successivo è impossibile, ma noi non possiamo restare di più. Dopo una lunga pausa caffè frullato brioche che trascorriamo parlando con tutti gli avventori del locale visto che siamo subito diventate la principale attrazione del luogo, ci incamminiamo verso la stazione per andare a prendere i biglietti per Teheran. Allo sportello ci dicono che dobbiamo aspettare una mezz’ora perché i biglietti siano messi in vendita. Noi ci accomodiamo nella sala d’attesa, possiamo ingannare il tempo guardando senza capire quasi nulla, uno dei tanti film socialmente educativi che passano sulla grande sulla grande tv. In realtà siamo tutte intente a commentare le bellezze di un misterioso ragazzo vestito come un frikkettone ribelle alternativo con i capelli lunghi e la barba arruffata. Come non ammirare, con discrezione, cotanto fascino? Un poliziotto si avvicina e ci chiede di seguirlo. Ci conduce in un ufficio dove una donnina ultravelata ci chiede i passaporti e ci chiede di compilare alcuni moduli. Purtroppo non abbiamo niente da scrivere nelle caselle in cui è richiesto il nome dell’accompagnatore, uomo, padre, fratello o marito. Il poliziotto e la donnina sembrano infastiditi, fanno un po’ di storie ma viste le difficoltà comunicative non insistono troppo e ci lasciano andare a comprare i nostri biglietti. Sulla strada del ritorno compriamo del pane  appena sfornato, dei pomodori e un po’ di frutta. L’ardua missione che ci aspetta questa sera richiede concentrazione, tempo e pazienza, quindi stasera ce ne restiamo in camera a mangiare un boccone prima di metterci all’opera. Dopo un mese e mezzo di viaggio è giunta l’ora della ceretta, sarà un’operazione lunga e dolorosa. Dopo un paio d’ore siamo più o meno depilate, abbiamo qualche ustione e ci sono colate di cera sparse in tutta la stanza. Possiamo andare a letto soddisfatte. Siamo sopravvissute.Bandar-e Torkeman, coppia sul molo

L’indomani decidiamo di tornare al villaggio per visitare il porto sulle rive del mar Caspio. Stiamo per vedere il lago salato più grande del mondo. La vista che ci si para davanti agli occhi quando arriviamo non è esattamente paradisiaca, sembra quasi Rimini d’inverno. È una delle giornate più grigie che ci sono capitate da quando siamo partite, l’aria è densa d’umidità. C’è una piattaforma di legno che si affaccia sull’acqua, il posto ideale per un minuto di raccoglimento in onore di questo luogo. Il ristorante che dà sul porto è chiuso, e ha tutta l’aria di esserlo da molto tempo. Scattiamo qualche foto qua e là, io sono molto affascinata dalle poche barche attraccate, che hanno anche loro un aspetto abbastanza decadente. Visto che inizia a piovere ci rintaniamo nel bazar coperto. Facciamo un giro e scopriamo un universo meraviglioso d’artigianato locale, stoffe, abiti, gioielli, cappelli e pellicce d’ogni genere. Impossibile non comprare ancora qualche fazzoletto. Assalite dai morsi della fame, affrontiamo in diluvio che si è scatenato nel frattempo. Fuori dal bazar troviamo un sedicente fast food dove mangiamo una pizza dal sapore ultra chimico. Visto che continua a piovere senza sosta, ci rintaniamo in quello che sembra essere un bar. Il locale è grandissimo, di cemento grezzo e senza rifiniture. Dentro ci sono dei ragazzetti che giocano a biliardo e qualche coppietta nascosta negli angoli più appartati. Anche io e Silvia ci sistemiamo in un angolino dove possiamo fumare sigarette e giocare al mio adorato backgammon. Dopo un paio d’ore le condizioni metereologiche sono degenerate, fuori imperversano fulmini e folate di vento che sembrano annunciare l’Apocalisse. I ragazzetti si propongono di accompagnarci fino al villaggio perché è evidente che con un tempo del genere nessun taxi passerà per il porto. Bandar-e Torkeman, porto

Quando arriviamo a Gorgan è quasi sera e la pioggia è più sopportabile. Temporeggiamo in un internet caffè, risolviamo la questione cibo, passiamo in albergo a recuperare gli zaini e i passaporti che il vecchietto cattivo guardiano dell’hotel ci aveva trattenuto, poi in stazione. Stanotte partiremo l’ultima tappa del nostro viaggio e sale la malinconia.

D.S

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Hussein, aiutaci tu!

25 novembre 2012

Non ci siamo fatte fiaccare lo spirito dalle male parole della vecchina armena. Oggi è domenica e le chiese di Jolfa devono essere aperte, anche se è l’ultimo giorno dell’Ashura e dall’altra parte della città i fedeli musulmani sono tutti riuniti davanti alla moschea del Venerdì per le ultime celebrazioni. Dopo esserci assicurate che all’hotel potessero tenere i nostri bagagli fino al pomeriggio, quando prenderemo l’autobus per Gorgan, ci incamminiamo ancora una volta verso il quartiere armeno, per constatare con mestizia che le chiese sono chiuse anche nel giorno del signore. Ma non c’era la libertà di culto per le minoranze cristiane in Iran? Suoniamo, battiamo alle porte. Niente da fare. Nessuno ci risponde. Soltanto la solita vecchina armena pare muoversi come un fantasma fra le stradine d’intorno, l’abbiamo vista da lontano con la sua andatura lenta e lo sguardo torvo e abbiamo cercato di evitarla, ma lei ci coglie di sorpresa e, come ieri, ci intima in malo modo di andarcene: “Tomorrow tomorrow!”, ma noi tomorrow saremo altrove, mannaggia.

Mettiamo la nostra delusione in saccoccia e ci dirigiamo di buona lena verso il centro per dare il nostrocelebrazioni_ashura contributo nell’onorare Hussein, non sia mai che serva a farci tornare nelle sue grazie. È almeno da una settimana che ogni sera, in città diverse, vediamo sfilare cortei di fedeli che si prendono a catenate sulla schiena in memoria del valoroso sacrificio del terzo imam e da qualche giorno che approfittiamo della generosità dei passanti che ci offrono datteri, caramelle e tazze di tè. Questo è il momento culminante della festa, che poi in realtà tanto festa non è perché, come ci aveva raccontato Maryam, per la morte di Hussein bisogna essere tristi, come in una specie di venerdì santo all’iraniana, una Via Crucis sciita che ricorda in questo giorno la nascita ufficiale di una corrente religiosa. La gente, come al solito, si rivela aperta e generosa, mentre vaghiamo un po’ sperse nei pressi del bazar. Una donna scende apposta dalla sua auto con bimbi a bordo per offrirci il pranzo. Rifiutiamo più e più volte, ma poi accettiamo anche perché, visto che tutti i ristoranti e i negozi oggi sono chiusi, la carità dei locali si rivela essere la nostra unica fonte di sussistenza. Una ragazza in chador che parla un po’ in inglese si avvicina a noi per chiederci se conosciamo la storia di Hussein. Bah, sì, più o meno, nipote di Maometto, implicato nella lottamoschea_del_jameh di successione per il ruolo di imam (massima guida spirituale e politica dell’Islam), la sua uccisione, durante la battaglia di Kerbela, ha dato inizio allo scisma tra sciiti (oggi stanziati essenzialmente in Iran) e sunniti (più o meno tutti gli altri). “Sì, vabbè, ma sapete cosa ha spinto Hussein a compiere l’estremo sacrificio? – ci chiede lei – Sapete per quale motivo il terzo imam è partito per l’Iraq insieme alla ristretta cerchia dei suoi amici e parenti più intimi consapevole del rischio a cui andava incontro, qual è stata la ragione ultima che gli ha fatto accettare il martirio? – qualche secondo di silenzio – Lui lo ha fatto per amore.” Wow. Pensiamo all’unisono io e Daniela, una svolta inattesa nella storia, scoopponi in grande stile nel jet-set sciita, c’è di mezzo una donna, la storia si fa succulenta. “Per amore di dio”, conclude. Aaaah, eh sì, vabbè, oh. Certo che è proprio vero quello che ci raccontava Maryam, tutti qui parlano di Hussein e della battaglia di Kerbela come se fossero fatti accaduti la settimana scorsa. La vicinanza è tale e così forte l’empatia verso un episodio risalente al 680 d.C. che ne rimaniamo colpite anche quando un signore, nel bel mezzo delle estreme celebrazioni dell’Ashura, si attarda adown_with_usa_down_with_israel raccontarci per l’ennesima volta la storia di Hussein. Nella piazza dell’Imam è stato allestito un palco in cui un cantante intona inni religiosi mentre il corteo dei flagellanti passa diretto alla moschea. Verso mezzogiorno l’immensa folla si disperde e comincia il rituale dell’offerta. Pranzo gratis per i fedeli. La comunità religiosa regala a tutti porzioni di buon cibo perfettamente confezionate all’interno di pacchetti con la scritta: “Down with USA Down with Israel”. Più chiaro di così. Ovviamente ce ne portiamo a casa un paio per ricordo.

S.C.

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Gastronomia iraniana e chiese armene a Isfahan

24 novembre 2012

Di solito le città preferiamo visitarle in freestyle, ma cominciamo a sentire che il tempo a nostra disposizione si sta esaurendo e inoltre a Isfahan ci sono troppe cose che vogliamo vedere, dunque decidiamo di seguire un itinerario che in quattro ore ci promette un giro a piedi di “Half of the World”. Partiamo quindi di prima mattina motivatissime per una mezza giornata alla scoperta di moschee, bazar, mausolei, scuole coraniche e tea house storiche. Però ci basta poco per renderci conto che abbiamo evidentemente un problema con lewaiting_for_food_ashura cartine topografiche: ai primi insuccessi ci arrendiamo al nostro destino di turiste “a caso” e, dopo qualche vano tentativo, ci lasciamo trasportare dagli eventi. Seguiamo i veli neri delle donne che vanno a celebrare il penultimo giorno dell’Ashura, passiamo attraverso una corte in cui i fedeli si sono riuniti per la preghiera, accettiamo caramelle che ragazzetti sorridenti elargiscono ai passanti e cammina che ti cammina arriviamo davanti a una delle tea house consigliate dal loquace signore di ieri. Entriamo, è ora di pranzo. A quello che sembra il capo chiediamo se è possibile mangiare e lui, dopo averci fatte accomodare, ci serve un paio di bibite e il piatto del giorno: il dizi. Che poi scopriremo essere non soltanto il piatto del giorno ma IL piatto iraniano per eccellenza. Dizi è il nome del contenitore di terracotta nel quale sono cucinati gli ingredienti: stufato di montone bello grasso, pomodori, ceci e patate, il tutto immerso nel brodo di cottura. Mangiarlo non è cosa che sicandele_ashura improvvisi, infatti è il nostro uomo ad occuparsene: per prima cosa prende del pane, lo spezza e lo mette, insieme al brodo, dentro una scodella. Poi, con l’aiuto di un pestello, schiaccia il resto degli ingredienti. Daniela, probabilmente scioccata dai tocchi di grasso mescolati al resto del pastone, decide che consumerà il suo piatto rinunciando al rituale della preparazione, mentre io comincio a mangiare e finisco soddisfatta piazzando il dizi nell’olimpo delle mie pietanze iraniane preferite. Ci piacerebbe ordinare un narghilè, ma non vorremmo esagerare, già il privilegio di entrare in una tea house, luogo tradizionalmente maschile, ci è concesso esclusivamente in quanto turiste. Quindi rinunciamo e ci mettiamo subito in marcia verso il quartiere armeno.

Da piazza Imam, ripercorriamo all’indietro Chahar Bagh Abbasi, e arriviamo al ponte Si-o-Seh, una costruzione mastodontica composta da 33 arcate, costruita tra il 1599 e il 1602 da Allahverdi Khan per voleresi-o-seh_bridge dello scià Abbas I. Però, con nostro sommo stupore, il fiume Zayandeh, sul quale il ponte dovrebbe passare, non c’è. Completamente prosciugato. Ci spiegano che l’acqua è stata deviata per l’irrigazione dei campi agricoli, ma non abbiamo capito se sia una situazione definitiva o limitata a un certo periodo dell’anno. Comunque il letto prosciugato puzza un bel po’ e troviamo divertenti i pedalò vicino alla riva. Qualche foto d’obbligo e attraversiamo il fiume. Senza servirci del ponte.

È dalla parte opposta che comincia il quartiere armeno, detto Jolfa, dal nome della città nel Nord dell’Iran dalla quale la colonia fu presa e trasferita su ordine dello stesso scià che fece costruire il Si-o-Seh. A quattro secoli da quel tempo, nel quartiere sopravvive un’importante comunità armena e cristiana di circa 7000 persone, che gode di libertà di culto e ha a disposizione 13 chiese. È quasi l’imbrunire mentre passeggiamo per le stradine acciottolate di questo quartiere in cui vediamo rientrare verso casa coppie ottuagenarie dai lineamenti e dall’abbigliamento così europei che potrebbero passare per i nostri nonni e dove capannelli diarmenian_quarter anziani signori aspettano chiacchierando l’ora di cena. Andiamo alla ricerca della cattedrale di Vank, il luogo di culto più importante della minoranza armena in Iran, ma arrivate davanti al portone di accesso scopriamo che, malgrado gli orari segnalati suggeriscano il contrario, è tutto chiuso. L’entrata secondaria sembra sprangata da secoli e nemmeno alla chiesa di Santa Maria, nelle immediate vicinanze, c’è modo di entrare. Sconsolate, gongoliamo lì davanti per qualche minuto fino a che una vecchia signora armena ingobbita non ci apostrofa con inaspettata durezza: “Closed! Tomorrow tomorrow! Go home, go hotel! Tomorrow tomorrow!”, intervallando tali ossessive esclamazioni con gesti bruschi che ci invitano ad alzare i tacchi e ad andarcene. Boh. Ma non è che tutte ‘ste chiese sono chiuse perché c’è l’Ashura? Allo stesso tempo, pensiamo, che c’azzecca l’Ashura con le chiese cristiano-apostoliche? Dai no, domani è domenica, ci dev’essere la messa di domenica! Vedrai che domani le troviamo aperte. Seguiamo dunque il consiglio dell’armena picchiatella e leviamo le tende. Riproveremo domani.

S.C.

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Incontri a Isfahan

23 novembre 2012

Arriviamo a Isfahan alle prime luci dell’alba. Questi viaggi di notte ci uccidono, ma ormai abbiamo imparato a ridurre il danno, scegliendo, per qualche migliaio di rial in più, gli autobus VIP, con più spazio e comodità. Piove. Le strade sono grigie. Ci aspettavamo un’accoglienza diversa da questa città sulla quale riponiamo tante aspettative e alla quale dedicheremo ben tre giorni del nostro preziosissimo tempo. Speriamo di non aver abusato troppo del provvidenziale aiuto di Hussein e confidiamo in lui per un cambiamento repentino del tempo. Chissà se funzionerà. Francamente siamo state un po’ troppo esigenti con lui. Va bene chiedere il sole per la nostra visita a Persepolis, ma scomodarlo per farci trovare un bagno lungo la strada di ritorno in hotel a Shiraz non è stata forse una mossa molto intelligente. Magari s’è incazzato. Vabbè, intanto cerchiamo un taxi che ci porti all’hotel. Isfahan è percorsa da nord a sud da un grande vialone che si chiama Chahar Bagh Abbasi, l’asse intorno al quale si trovano tutte le principali attrazioni della città e che taglia perpendicolarmente il fiume Zayandeh. Il Sahel Hotel, dove alloggeremo, si trova in fondo alla via, a metà strada tra il quartiere armeno e la zona della moschea di Jameh e del bazar. L’abbiamo scelto perché, sulla carta, è anche un’apprezzata tea house, il che, nella nostra testa, significa colazione compresa nel prezzo ed eventuale cena in loco quando siamo troppo stanche per andare a cercare altrove. In realtà la tea house sembra caduta in disgrazia e riusciamo a rimediare soltanto un buono che ci dà diritto a tre colazioni. Cominciamo a spenderlo subito e, con un’ottima tazza di MacCoffee in corpo, ci sentiamo già un po’ ripagate dalle quarantasettemila ore di autobus notturne. Saremmo quasi contente se non fosse che l’iniziale maldestra simpatia del cameriere un po’ picchiatello della tea house si rivela poco dopo essere solo mero e infastidente approccio sessuale. Di dove siete e come siete belle e cazzi e mazzi. Meglio non farsi vedere troppo in giro da questo, che tra l’altro ritroveremo magicamente nei paraggi ogni volta che passiamo. Paura. Abbandonato l’uomo al suo destino con pochi sforzati sorrisi di circostanza, è il momento di affrontare la doccia in comune. Si trova al piano di sotto rispetto alla nostra camera ed è un po’ uno sbattimento perché bisogna prevedere asciugamani, saponi vari, un ricambio, zavatte e soprattutto ricordarsi di tenere il velo in testa quando si passa nei corridoi. Alle docce c’è una signora vecchissima e gentilissima che ci riempie di saponette e schiuma da bagno e ci chiede se abbiamo bisogno di un asciugamano. Io la adoro e le faccio sempre grandi sorrisoni. La gentilezza disinteressata mi commuove così tanto all over the world e lei è bellissima, con la sua voce acuta, la sua gobba, il suo inglese stentato e le sue duecentomila rughe.

Ultimato il lavaggio, partiamo a piedi per la piazza dell’Imam. Dominata dalla moschea del Jameh, è anche il punto d’entrata per il Bazar-e Bozorg, in cui, vista la sua fama, abbiamo progettato di comprare tutti, o quasi, i regalini da riportare a casa, un compito assai importante affidato a quello che pare essere il mercato più ricco del paese. Sappiamo che oggi non ne caveremo un ragno dal buco: è venerdì e normalmente i negozi sono chiusi. Decidiamo comunque di perlustrare la zona e troviamo un signore iraniano che miracolosamente conosce qualche parola in italiano. Ci fermiamo a discutere con lui per un bel po’ di tempo, anche perché si tratta di uno di quei personaggi che parlano a mitraglietta e nei cui discorsi è praticamente impossibile inserire la frase: “Beh, allora, purtroppo noi dobbiamo andare…”. Comunque grazie a lui scopriamo che, nonostante sia venerdì, qualche negozio all’interno del bazar rimane aperto e che, al contrario, visto che domenica sarà il giorno culmine, nonché ultimo, delle celebrazioni dell’Ashura, ci dovremo attaccare al tram. Tutti i nostri sogni di shopping selvaggio vanno a farsi benedire in quattro secondi. Decidiamo dunque di tentare il tentabile e ci infiliamo nell’immenso labirinto del bazar. Effettivamente, almeno una dozzina di commercianti hanno deciso per una volta di non santificare le feste e ci accolgono con la leggendaria gentilezza di questo popolo che ci ha ormai definitivamente conquistato. Ciabattine per le amiche di Daniela, centrotavola decorati a mano per le mamme, foulard per tutti, gioielli, ciondoli, oggetti in osso di cammello, e soprattutto l’immancabile tea house che ci attira come le api sul miele. Entriamo, è un bar moderno dall’atmosfera soffusa, a un tavolino un uomo con gli occhiali sfoglia dei libri, altri discutono sul fondo, ci sediamo vicino a degli scaffali con delle edizioni in inglese di collezioni di poesia iraniana. Ordiniamo una cioccolata e passiamo il tempo a leggere, rileggere e copiare sul quaderno. Quanta bellezza.

Dopo un po’ Daniela mi desta dal mio trip poetico e puntiamo verso il pezzo forte del bazar, l’allettante ma troppo costoso, il bello ma impossibile negozio di tappeti. I venditori ci raccontano che tra qualche settimana partiranno per una mega fiera a Milano e ci fanno sedere portandoci un tè. È iniziato il rituale ancestrale della compranvendita, anche se noi, ad essere sincere, sappiamo già che non ci potremo permettere nemmeno un rettangolino di 30 centimetri quadrati, però il loro divanetto è talmente accogliente che piantiamo le tende e ci mettiamo a discutere con una coppia italiana che deve aver pensato più o meno la stessa cosa. Come i leggendari austriaci incontrati a Samarcanda e incrociati ancora una volta a Bukhara, anche loro stanno viaggiando in Land Rover. Torinese lui, ligure lei, hanno lavorato per un po’ prima di decidersi a tentare l’avventura della compagna, orto, fattoria e tutte quelle storie lì che mandano me e Daniela in un brodo di giuggiole nel giro di un nanosecondo. Basterebbe così poco per essere felici, cazzo. A un certo punto entrano nel negozio un ragazzo europeo e una ragazza iraniana con il velo bassissimo e un piercing nel naso, lui parla italiano ed è molto espansivo, quindi si siede accanto a noi e cominciamo a scambiare qualche parola. Da dove vieni, come mai conosci così bene l’italiano, ho studiato a Padova, anch’io, agraria, e tu?, lettere, ah no, ma stavo a Monte Cengio (leggendaria casa dello studente patavina, regina dello sfascio e dei festoni vecchia maniera, ndr), anche io!!!, stavo in questo tal appartamento, io stavo al piano di sopra, nooooooo, non è possibile!!, ma conosci questo?, sì, ma che davero, pure io!! Sottotitolo: com’è piccolo in mondo, ma ti pare che posso incontrare una vecchia conoscenza in Iran? Tra l’altro la sua storia da sola avrebbe meritato lo stupore: croato, studente in Italia, dopo vari giri incontra un ragazzo iraniano, si innamora di lui, questo fugge in Australia e chiede asilo politico, lo ottiene, allora il nostro decide di raggiungerlo, facendo prima una tappa in Iran per conoscere la sua famiglia. C’è speranza, signori. La ragazza che sta con lui mi racconta invece che tra un po’ partirà in Germania, ha combinato un matrimonio con qualcuno che vive lì, dopo aver fatto domanda, senza successo, per diverse università in giro per il mondo, questa è stata l’ultima spiaggia per fuggire da un paese che indovino vagamente troppo tradizionalista per qualcuno come lei. Buona fortuna, ragazzi, e buona strada.

Dopo l’emozionante quanto sconvolgente intermezzo, riprendiamo la conversazione con la nostra coppia preferita. Raccontiamo loro dell’Uzbekistan e del Turkmenistan, loro ci raccontano del Kurdistan iraniano e di Addis Abeba, nel frattempo i venditori, pur nella loro immensa ospitalità, cominciano a guardarci male perché effettivamente stiamo sfruttando il loro negozio come un salotto, ci spostiamo quindi nella tea house e parliamo ancora per ore, è così raro trovare qualcuno con cui ci si capisce al volo, si condivide lo stesso senso dell’umorismo e lo stesso modo di ragionare. Infatti non ci accorgiamo nemmeno del tempo che passa, ormai i ristoranti saranno tutti chiusi, ceniamo con una fetta di torta al cioccolato e ci congediamo, ognuno per la sua strada, ma è stato bello incontrarsi. Inch’Allah, ça va.

S.C.

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Persepolis

21 e 22 novembre 2012

Persepolis, rovine

Ieri abbiamo più e più volte invocato Hussein perché ci regalasse una giornata di sole ed eccola, sono soltanto le otto ed è già caldo, il sole splende luminosissimo in un cielo limpido. Hussein we love you. Il nostro tassista fa del suo meglio per socializzare ma noi non possiamo resistere al sonnellino in auto, soprattutto dopo la notte insonne che abbiamo passato. Dopo una mezz’ora arriviamo a Persepolis e ci fermiamo in un grande spiazzale. Il nostro tassista continua a voler socializzare con noi e nonostante tutti gli sbadigli che si è preso, prima della visita ci offre una tazza di tè bollente e anche una bella Marlboro. Chiacchieriamo un po’, anche lui è uno di quelli che vogliono scappare e ci racconta che dopo aver lavorato nel turismo ha deciso di cominciare a studiare per diventare dentista ed emigrare in Canada. Qualche passo e siamo sul viale che conduce alle rovine che si stagliano alte davanti ai nostri occhi: i colonnati, le statue e poi i templi scavati nella roccia della montagna, è una visione. Prendiamo i biglietti, meno di un euro per visitare una meraviglie del mondo. La Porta delle Nazioni - Persepolis

Ci aggiriamo tra le rovine stordite da tanta bellezza. Ci arrampichiamo fino ai templi e poi continuiamo il giro della città facendo del nostro meglio per imprimere sulla pellicola le straordinarie immagini che vediamo. Persepolis fu la capitale di prestigio, di rappresentanza del regno Achemenide di Dario I e dei suoi successori Xerse e Antaxerse. Il complesso del palazzo reale testimonia della grandezza di questa città, che doveva essere il simbolo del potere del sovrano. Benché fosse abitata solo per una parte dell’anno dalla famiglia reale, qui si svolgevano importanti riti religiosi e suntuose  cerimonie, come testimoniano gli splendidi bassorilievi. Quando Alessandro Magno saccheggiò Persepolis ebbe bisogno di 10 000 muli e 500 cammelli per trasportare tutto l’oro e gli oggetti preziosi e per vendicare il sacco di Atene, incendiò la città segnandone per sempre la fine. Torniamo dal nostro autista con un ritardo clamoroso ma lui non sembra essere infastidito, ci offre ancora del tè, un’altra Marlboro, ancora quattro chiacchiere e poi ci dirigiamo verso le tombe reali di Naqsh-e-Rostam. Un venditore di souvenir per turisti ci ferma e il nostro autista decide anche di regalarci una piccola statuetta molto kitsch, per ricordarci della giornata. Il venditore inizia a mostrarci diversi libri e ad un certo punto si manifesta Lei, quella che per la nostra solita inerzia non siamo riuscite a trovare prima di partire ora è li, nelle mani del venditore di souvenirs di Persepolis. Mi riferisco alla Lonely Planet dell’Iran… finalmente possiamo averla.

Una volta rientrate a Shiraz andiamo dirette alla thea house nel bazar sperando di ritrovare lo zainetto con la macchina fotografica Lomo che Silvia stamattina si è accorta di non avere più. Pensiamo di averlo lasciato lì ieri pomeriggio. Alla thea house ci dicono che non hanno trovato nulla e per dimostrarci la loro buona fede ci mostrano anche le registrazioni della videocamera di sicurezza. Questo significa che per forza di cose abbiamo dimenticato lo zainetto all’internet caffè. In effetti è proprio così ed ora abbiamo una validissima scusa per passare anche oggi un paio d’ore su internet. Anche stasera c’è la processione di Hussein e per le strade c’è movimento, camminando vediamo bancarelle di ogni sorta e c’è musica dappertutto, sembra quasi una festa di paese. Compriamo dei buonissimi felafel fritti on the road davanti ai nostri occhi, li mangiamo passeggiando, insultiamo un tipo che ci ha seguito per tutto il viale mormorando “sex” e poi ce ne torniamo in stanza, cercheremo di scrivere un po’.

Ci svegliamo presto prepariamo i bagagli che lasciamo nella hall, partiremo stasera alle undici e mezza. Visitiamo i lussureggianti giardini di Bagh-e Narandjestan, con il fiabesco palazzo del principe Ebrahim Khan-e Ghavam e il tunnel segreto che conduceva all’harem che si trovava dall’altro lato della strada.Giardino a Isfahan

Dopo un tè bevuto all’ombra degli alberi d’arancio cerchiamo un taxi per andare all’orto botanico. Lo troviamo chiuso, c’è la pausa pranzo, noi non avevamo neanche preso in considerazione questa ipotesi. Decidiamo di tornare indietro per non perdere tempo e nel pieno di una trattativa che dava scarsi risultati con un tassista che ci chiedeva una cifra assurda, si avvicina un ragazzo che presentandosi, comincia a parlare italiano. Anche a lui e alla sua ragazza è successa la stessa cosa, sono arrivati troppo tardi e vogliono tornare in centro. Dividiamo il taxi con loro parlando dei nostri viaggi. Lui è davvero simpatico, è un tipo incredibile, è partito da Pordenone in vespa per raggiungere l’India. Visitiamo la moschea di Nasir Al-Molk, ci tocca indossare il chador e lasciare le macchiane fotografiche al guardaroba. Entriamo nel cortile interno avvolte nei nostri veli, non possiamo fare foto e anche un movimento banale come avere la guida tra le mani diventa una specie di acrobazia perché resti coperto ciò che non si può vedere. Passeggiamo, poi ci sediamo di nuovo in un angolo a leggere e guardare la gente. La dimensione sociale delle moschee ci affascina molto, non solo luogo di preghiera ma anche di incontro e di sobrio svago. Dopo pranzo torniamo all’orto botanico. Il Giardino dei Fiori a Isfahan

Purtroppo il palazzo residenziale al centro del giardino è chiuso al pubblico e non possiamo visitarlo, però ci consoliamo dando la caccia alle coppiette nascoste tra i cespugli…questo deve essere un luogo ideale per potersi riparare dagli sguardi indiscreti e infatti ne vediamo un paio. Dopo il tè pomeridiano torniamo verso il centro fare un ultimo giro al bazar. Più tardi camminiamo sul grande boulevard dove ieri sera era tutto in festa alla ricerca dei mitici felafel, ma stasera niente. Ripieghiamo quindi su un ristorantino riportato sulla guida. Mangiamo il nostro piatto di riso con pesce, scambiamo due parole con il proprietario che è uno di quelli che invece dall’estero ha deciso ti tornare. Lui ha vissuto quindici anni in Irlanda. Stiamo per andare via quando sentiamo qualcuno salire per le scale ridendo a voce alta. È il ragazzo italiano che abbiamo incontrato stamattina. Decidiamo di rimanere a prendere un tè con lui e la sua ragazza. È subito simpatia, lui è fantastico, ci racconta tutte le sue peripezie in vespa, parliamo a lungo dell’Iran, questo paese che ci affascina così tanto ma che al tempo stesso guardiamo con disincanto. Ci scambiamo i contatti…chissà magari un giorno…non si sa mai…. Torniamo il hotel prendiamo gli zaini e andiamo a cercare un taxi per la stazione degli autobus. Il tassista sembra contento di avere a bordo due turiste, anche se non parla inglese e riusciamo a comunicare ben poco ci regala in continuazione grandi sorrisi e quando arriviamo a destinazione non vuole neanche farci pagare. La gentilezza, il senso d’ospitalità e la cortesia degli iraniani non finiscono ancora di stupirmi.

D. S.

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Shiraz, la città di Hafez

19 e 20 novembre 2013

Cittadella di Karim Khan, giardino interno - Shiraz

Shiraz è per eccellenza la città incantata dell’Iran. Posta sulla rotta carovaniera che univa Susa a Persepolis e Pasagarde, le sue origini risalgono al III millennio a. C. La zona in cui si trova, la provincia del Fars, ebbe un’importanza strategica fondamentale all’epoca della costruzione dell’Impero Persiano, in particolare sotto Ciro il Grande. Divenne capitale nel VII secolo, quando la Persia venne conquistata dagli Arabi. Venne risparmiata durante le invasioni di Tamerlano e dei Mongoli e nel XIII e nel IVX secolo, era una delle città più importanti  ed esercitava una grande influenza nelle arti della letteratura, della calligrafia, dell’architettura e della pittura. Qui vissero studiosi d’ogni genere, mistici e i poeti Hafez e Saadi. Di loro, così come della città ci hanno parlato quasi tutti quelli che abbiamo incontrato e i versi di Hafez hanno allietato una delle nostre serate in famiglia a Kerman. Quando gli iraniani parlano di Shiraz hanno il volto che s’illumina, con aria trasognante raccontano di giardini lussureggianti, dei palazzi signorili, delle tombe dei poeti e poi, c’è Persepolis. Partiamo tutte contente salutando i nostri amici di Kerman e dopo otto ore di viaggio, scandite come sempre dalle incomprensibili e numerosissime soste, finalmente arriviamo a destinazione accolte da una fitta pioggia e da un’aria umida e pungente. Non vediamo ne giardini ne palazzi fiabeschi, solo nebbia. Compriamo subito i biglietti per la nostra prossima meta Isphaan, concedendoci stavolta, per soli due dollari in più, un posto nella categoria VIP. Prendiamo un taxi indicando l’hotel meno caro segnalato sulla guida, naturalmente senza l’indirizzo e dopo varie peripezie nel traffico, grazie alla tenacia del nostro autista, riusciamo a trovarlo. Quello che credevamo essere l’hotel Lonely Planet della città, il rifugio dei viaggiatori intrepidi si rivela invece un posto squallido e decadente e con ogni probabilità noi due siamo le sole che hanno avuto il coraggio di fermarcisi. Ci sistemiamo in stanza, lasciamo i bagagli, salutiamo lo scarafaggio gigante passato a miglior vita all’angolo del corridoio e ci lanciamo per le strade alla ricerca di cibo. Cittadella di Karmi Khan - Hammam

Inutile dire che non dormiamo proprio sonni tranquilli nella poco confortevole camera assegnataci, quindi la mattina ci svegliamo presto e leviamo le tende. Ci trasferiamo in un hotel che si trova nella stessa strada che avevamo ispezionato la sera prima, non abbiamo troppa voglia di perdere tempo in ricerche estenuanti. Dedichiamo la prima parte della mattinata alle questioni tecniche come cambiare il denaro e procurarci la tanto desiderata scheda SIM iraniana per comunicare con i nostri couchsurfer. Cominciamo col visitare la cittadella di Karhim Khan (Arg-E-Karim), una fortezza del XVIII secolo, costruita all’epoca della dinastia Zand, quando Shiraz divenne la capitale e in seguito fu trasformata in una prigione. Le mura all’esterno sono quelle tipiche di una fortezza militare mentre all’interno è possibile osservare la raffinata architettura residenziale e  anche l’antico hammam. La meta successiva è la tomba del poeta Hafez. Decidiamo di affidarci alla piantina della guida pur sapendo che è tutta sbagliata, ma più o meno riusciamo ad orientarci. Raggiungiamo la Tomba di Hafez che consiste soprattutto in un enorme giardino di cipressi, aranci e rose; un’accogliente tea house  e un mausoleo che custodisce le spoglie del poeta. Facciamo prima di tutto una lunga pausa a base di caffè chimico senza cui ormai non possiamo stare. Passeggiamo nei giardini fino a raggiungere il mausoleo. Facciamo i nostri omaggi a questo grande poeta che ancora oggi rappresenta un tassello fondamentale della cultura iraniana. Daniela sulla tomba di Hafez, maggior poeta iraniano

Incontriamo per l’ennesima volta l’”hostess”, ovvero un ragazzo siciliano che vive a Dubai, anche lui in viaggio e non starò qui a dilungarmi sulle ragioni di questo soprannome. Ci eravamo conosciuti a Yazd e incrociati a Kerman ma non avevamo mai avuto il tempo di parlare. Scambiamo quattro chiacchiere o forse sarebbe meglio dire che tempestiamo il poverino di domande sulla sua vita e sul perché ha scelto di fare questo o quello e come e quando e perché. La Tomba di Hafez sta per chiudere e questo significa che è arrivato il momento della giornata che preferiamo, ovvero il bivacco nel bazar. Quello di Shiraz, il bazar del Kavir, venne costruito sotto la dinastia Zand e si trova nel cuore della città, comprende anche l’antico caravanserraglio Seray-e Moshir, la sua struttura coperta è in pietra ma dalle volte del soffitto filtra la luce del sole. In altre parole ci troviamo davanti ad uno spettacolo di colori e di odori: spezie, frutta, tessuti di ogni tipo, tappeti, gioielli e artigiani all’opera. Perdiamo completamente la cognizione del tempo gironzolando tra negozi di anticaglie e gioiellerie alla ricerca di un ciondolo a forma di Ahura Mazda che non sia troppo coatto e che non assomigli all’aquila nazista. Quando siamo completamente esauste usciamo e fuori è buio. Seguendo le indicazioni della guida troviamo l’internet caffé che si rivela il più sovversivo che abbiamo mai incontrato da quando siamo partite: facebook, posta elettronica e giornali on line, qui si può. Gioielli al bazar di Shiraz

Dopo aver navigato nell’etere fino al momento di chiusura, tornando all’hotel mangiamo l’ennesimo piatto di riso prima di rientrare. Sono ancora i giorni dell’Ashura e qui a Shiraz assistiamo per la prima volta ad una delle processioni durante le quali viene rappresentata la passione dell’Imam Hussein. File di uomini vestiti di nero che, catenelle alla mano, si flagellano a ritmo canti e preghiere. Li seguiamo per un po’ visto che sono sullo stesso boulevard che dobbiamo percorrere per rientrare, ancora non sappiamo che andranno avanti fino a notte fonda e non ci lasceranno dormire. Nella hall c’è un tipo che parla con il responsabile dell’hotel. Ci saluta dando subito inizio alla sequela di domande a catena sul nostro viaggio, se ci piace l’Iran, quali città abbiamo visto, quali vedremo, quanto tempo ci fermeremo e, ovviamente, se abbiamo marito e famiglia. Il tipo ci racconta che lui è un tassista e si offre per accompagnarci a Persepolis l’indomani. Riusciamo a contrattare un po’ sul prezzo, avremmo potuto fare meglio se solo io fossi stata zitta e poi ce ne andiamo a dormire. In realtà lo show di Hussein ci tiene sveglie fino alle due del mattino, ma pazienza, questo e altro per lui.

D. S.

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Couchsurfing a Kerman

17 novembre 2012

Hammam Ganj Ali Khan - KermanMai più. Mai più. Mai più. Quando la sveglia suona, qualche millennio prima dell’alba, imprechiamo in sette lingue, ma ci alziamo per una doccia abbozzata e la vestizione che, del resto, da un mese a questa parte, non necessita di grandi strategie nell’accostamento di forme e colori: la roba che gira è sempre quella, maglione in pile dal dubbio gusto estetico, jeans di quarantasette taglie più grandi, scarpe da trekking e, novità dell’ultim’ora arrivata a vivacizzare il noioso bicromatismo, il velo sui capelli. Insomma, quando il tassista arriva a bussare alla porta una decina di minuti dopo, siamo pronte con gli zainoni in spalla per farci portare in stazione. Il treno parte in orario, ci aspettano quattro, cinque ore di tragitto, notte alba e mattino, inverno primavera estate in questo angolo di mondo in cui il deserto scombina i tempi e si mangia il giorno. Quando arriviamo sono già le 11, il sole è alto e scalda un bel po’. A Kerman abbiamo deciso di fare Couchsurfing, questa volta abbiamo contattato un ragazzo, Mohammed. Ci siamo scritti qualche giorno fa, ma non ci siamo messi d’accordo sui dettagli. Quindi lo chiamiamo e, dopo aver annotato su un foglio il suo indirizzo, che speriamo scritto correttamente, prendiamo un taxi per andare da lui. Mohammed vive in una grande casa con un grande giardino insieme a suo fratello e ai suoi genitori. Mi immagino come reagirebbero Ivo e l’Alvi se gli portassi a casa una coppia di perfetti sconosciuti directly from Iran e mi dico che l’accoglienza che abbiamo in questo paese è eccezionale. Ci sediamo sul divano a chiacchierare con i ragazzi e i loro familiari come se fossimo dei vecchi amici, parliamo dell’Europa, di come funziona da noi, di come funziona da loro, e organizziamo la giornata di domani sorseggiando del tè. Siamo tutti curiosi e ci facciamo un sacco di domande. Mohammed e suo fratello, che si chiama Mohammed pure lui, non sono credenti, ma i loro genitori sì, per cui, almeno fino a che vivranno sotto lo stesso tetto, dovranno rispettare le regole da loro imposte. E’ una realtà così diversaHammam Ganj Ali Khan, lo scrub - Kerman rispetto a quella che avevamo conosciuto a casa di Maryam ed è interessante per noi vedere uno spaccato di società iraniana da un altro punto di vista. Scopriamo, tra le altre cose, che in Iran avere un cane è proibito, accarezzarne uno è considerato un atto impuro. Cioè, poi uno in casa propria fa un po’ quello che vuole, però se i vicini sentono abbaiare e lo riferiscono alle autorità sono cazzi amari. Dunque meglio mettersela via per il povero Mohammed, il nostro couchsurfer ufficiale, che chiameremo Mohammed 2 per distinguerlo dal fratello più grande, Mohammed 1. Che tristezza. Come lo capisco. Quanto vorrei pure io avere un cane, un bel bulldoghino bavoso.

Intanto, parla che ti parla, il pranzo è pronto. La tovaglia plasticata viene sistemata a terra e imbandita con tanta roba buona; il piatto principale oggi è il khoresht, una specialità iraniana a base di carne stufata e ceci serviti in una salsa di pomodoro piuttosto liquida con guarnizione di patatine fritte. Un po’ di insalatina per lavarsi la coscienza da cotanta bontà e abbondanza e ce ne andiamo a fare un giro della città insieme a Mohammed 2, sua sorella e sua mamma. A Kerman c’è un bazar gigantesco, si chiama Bazar-e Sartasari, ed è uno dei più antichi di tutto l’Iran. Camminiamo camminiamo camminiamo e le bancarelle non finiscono mai. Così facciamo una tappa all’Hamam-e Ganj Ali Khan, uno storico bagno turco ora trasformato in museo. In ognuna delle sale sono state posizionate delle statue che mostrano come doveva apparire un tempo questo posto, Kerman by nightogni spazio era destinato a una diversa classe sociale o dedicato a una particolare attività, lo scrub, fumare il narghilè… Dopo una puntatina alla famosa sala da tè del bazar è ormai notte, riprendiamo la macchina e andiamo in un posto fichissimo, dal quale Kerman, vista dall’alto, a me sembra Rio de Janeiro, e le stelle sono così tante e così vicine che non ci si può credere.

Prima di tornare a casa per un’altra cena meravigliosa, passiamo a comprare i biglietti per Shiraz. Il nostro volo di ritorno è tra meno di due settimane e abbiamo cominciato a renderci conto che il tempo, apparentemente interminabile, non ci basterà per fare tutto quello che vorremmo in questo paese gigantesco e ricchissimo. Io morirei per raggiungere il Golfo Persico, la Dani rosica perché sicuro non riusciremo ad andare a Tabriz. In ogni caso bisogna muoversi, ottimizzare i giorni che abbiamo e non rischiare di trovarsi a piedi, con la minaccia di Hossein e la festività sciita. Insomma riusciamo a trovare un autobus per il 19, questa volta partiremo in tarda mattinata, basta levatacce.

18 novembre 2012

Noi in realtà si era venute a Kerman perché pare sia un buon avamposto per andarsi a fare una bella gitarella nel deserto, però alla fine, visto che siamo delle cazzone disorganizzate e un po’ pulciare, non noleggiamo per tempo la jeep indispensabile per affrontare le dune. Così ripieghiamo per un’uscita fuori porta nei pressi di Mahan, una cittadina a circa 35 km da Kerman, famosa per il suo Bagh-e Shahzde, il giardino dello scià. La mattina partiamo belli carichi, Daniela, io, Mohammed 1, Mohammed 2 e ovviamente la mamma, perché da soli noi quattro pischelli abbiamo capito che non si può stare. E’ una giornata bellissima ed è gradevole passeggiare tra gli zampilli delle fontane di questo giardino ottocentesco e sentire il rumore della ghiaia sotto i piedi. Il piccoloIl Giardino dello Scià a Mahan - Kerman museo allestito all’interno del palazzo è un’esposizione di cianfrusaglie di scarso interesse, dunque noi pensiamo bene di trascorrere il nostro tempo a farci foto di gruppo usando a turno tutte le ventisette macchine che abbiamo. Intanto tra noi sta cominciando a sciogliersi il ghiaccio e, mentre sorseggiamo un’immancabile bicchierino di tè iperzuccherato seduti per terra in uno dei baldacchini del bar, parliamo di storie d’amore e cazzatine con verdure, i miei argomenti preferiti, che se un giornale un giorno mi desse da gestire la posta del cuore io ci metterei la firma. Insomma qui avere la fidanzata è un bel casino perché dopo una due volte che esci con una ragazza questa già vorrebbe che le chiedessi di sposarla. Eh, normale, mi immagino che sennò alla terza uscita già questa venga tacciata come zoccola, povera stella. Che robe strane. Tra l’altro quando dico loro che a me un giorno dei figli piacerebbe averli ma che del matrimonio non me ne frega una cippalippa, non capiscono proprio, un altro mondo, roba inconcepibile, come parlare aramaico. Poi insegniamo loro qualche parola in italiano, il frasario essenziale della conquista: “Vuoi uscire con me?”, “Sì! Dove mi porti?”, “Andiamo al cinema”.

Sulla via del ritorno, all’ora della preghiera, ci fermiamo in una moschea, così la mamma può pregare e noi possiamo riprovare il brivido di indossare un chador. Com’è elegante comunque, il suo fascino ce l’ha, c’è poco da fare. Lì accanto c’è una sala da tè dove ci fermiamo a prendere una tazza di ash, una zuppetta buonissima fatta con verdure, fagioli e noodles, da condire a piacimento con una specie di panna acida. A me piace un bel po’ e infatti me la mangio in un boccone, nonostante io sappia perfettamente che poi a casa ci aspetta anche ilIl Giardino dello Scià a Mahan, fiori e fontana - Kerman pranzo. E però mangiare una seconda volta è un piacere, visto che ci hanno preparato una cosa che se non sbaglio dovrebbe chiamarsi Khoresh-e Fesenjan, una prelibatezza a base di pollo, salsa di noci e succo di melograno accompagnata ovviamente da riso. Per Daniela diventa subito un must della cucina iraniana.

Nel pomeriggio insistiamo per lasciare tutti liberi alle loro occupazioni e andarcene al bazar da sole, anche perché vogliamo comprare qualcosa per i ragazzi e la famiglia, nonché dei dolci da portare a casa di Fatima, la sorella, che ci ha invitate a cena. Ci perdiamo tra le bancarelle delle spezie, inebriate dall’odore del cumino, tra i migliori d’Iran, ci lasciamo tentare dai venditori in un negozio di pate, delle stoffe ricamate artigianalmente tipiche di Kerman, acquistiamo cioccolatini e un paio di braccialetti. A missione compiuta ci infiliamo in un taxi e quando suoniamo al campanello di casa di Fatima è Mohammed 1 a rispondere con uno spiazzante: “Chi è?”. Scopriamo che queste e molte altre sono le somiglianze tra persiano e italiano. Ce le espone Hossein, il marito di Fatima, che un po’ l’italiano l’ha studiato o ora insegna inglese in una scuola di lingue. Ne discutiamo duranteSilvia, Daniela e la nostra "mamma" iraniana in chador la cena che è di una buonezza mai vista, soprattutto le indimenticabili melanzane, e dopo aver mangiato, chiacchieriamo di letteratura davanti a una tazza di caffè. Il poeta nazionale si chiama Hafez ed è un tizio vissuto nel ‘400 che ha scritto un’opera chiamata “Divan”. Ogni iraniano ne ha una copia personale e lo interroga quando ha bisogno di avere delle risposte sulla propria vita. Un po’ come se ogni italiano avesse una copia della “Divina Commedia” e se la leggesse di tanto in tanto per dare un senso ai suoi dubbi esistenziali. E che invece in Italia è più facile che uno i dubbi esistenziali se li tolga dando una scorsa alla Gazzetta dello Sport. Come sono colti, come sono raffinati. Ci sistemiamo sulle poltrone mentre Fatima prende la sua copia del “Divan”. Io e Daniela a turno formuliamo mentalmente la nostra domanda e loro, dopo aver recitato un versetto del Corano, aprono il libro a caso. Fatima comincia a leggere e Hossein a tradurre per noi in inglese. E’ un momento molto emozionante e se penso che poi, una volta tornati a casa, Mohammed 2 suonerà per noi un pezzo al tar mi viene da piangere. Sono ricchi. Sono belli. E pure noi, un po’ di più, di riflesso.

S.C.

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